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C’è una stagione per ogni cosa**
Qui parlo dell’anno in cui avevo undici anni e con la mia famiglia vivevo nella nostra piccola fattoria sulla costa occidentale
di Cape Breton.
La mia famiglia era lì da molto, moltissimo tempo ,
e , così pareva , anch'io.
Ma, come dice il proverbio, sembrava che fossimo arrivati solo ieri.
Tuttavia, quando parlo del Natale del 1977, non so fino a che punto lo faccio con la voce di allora e fino a che punto
con quella della persona che sono diventato.
E non so con esattezza quante libertà mi prendo
con il ragazzo che credo di essere stato.
Perché il Natale è un periodo che racchiude passato e presente e spesso i due non sono perfettamente fusi.
Mentre entriamo nel suo essere qui e ora,
spesso ci volgiamo a guardare dietro di noi.
Aspettiamo da non so quanto. A dire il vero l'attesa si è fatta più intensa da Halloween, quando è caduta la prima neve e noi abbiamo percorso come tanti mimi le nere strade di campagna.
I grandi fiocchi erano soffici e freschi, allora, quasi generosi, e la terra sulla quale cadevano non era ancora gelata. Cadevano silenziosi nelle pozzanghere e nel mare dove sparivano nell'istante del contatto. Sparivano anche quando ci toccavano le mani e il collo rosso e accaldato, o quando sfioravano le facce di coloro che
non portavano la maschera. Siamo passati di casa in casa con le federe dei guanciali, bussando alle porte e stagliandoci nella luce che usciva dalle cucine (federe bianche tese da forme imbiancate).
La neve cadeva tra noi e la porta e si trasformava in luccicanti raggi dorati. Quando voltavamo le spalle per andarcene cadeva sulle nostre orme e, nel corso della notte, le ha cancellate assieme a ogni traccia dei nostri movimenti. Il mattino dopo tutto era soffice e silenzioso, e novembre era ormai arrivato.
Mio fratello Kenneth, che ha due anni e mezzo è un po’ confuso riguardo all'ultimo Natale. Nel suo ricordo giganteggia Halloween, una festa straordinaria in cui si rimane svegli fino a tardi immersi in un'oscurità magica e nella neve che cade.
«Come ti vesti a Natale?» chiede. «Io penso che mi vestirò da pupazzo di neve.» A quel punto scoppiamo tutti a ridere e gli diciamo che, se fa il bravo, Babbo Natale lo troverà comunque senza bisogno che si vesta da niente.
Svolgiamo i nostri compiti aspettando che arrivi.
Anch'io mi pongo delle domande sulla natura di Babbo Natale e cerco di restargli aggrappato come posso.
E’ vero che alla mia età a Babbo Natale di fatto non credo più,
ma ho sperato in lui con tutto me stesso,
in modo assai simile, credo, all’uomo che sta affogando
e si sbraccia disperatamente quando vede le luci di una nave
passare nelle tenebre del mare aperto.
Perché senza di lui, come senza la nave,
è come se le nostre fragili vite fossero ancora più disperate.
Mia madre è stata assai tollerante verso il mio tentativo
di perpetuarne l'esistenza.
Forse perché si è già trovata in questa situazione. Una volta
l'ho sentita parlare di mia sorella Anne con una vicina.
«Pensavo che Anne ci avrebbe creduto per sempre» ha detto.
«Ho dovuto dirglielo io. »
In un certo senso avrei preferito non udirla pronunciare
quelle parole, poiché cerco rifugio e conferme anche
in un'ignoranza in cui non oso sperare.
Kenneth, tuttavia, crede con immutato fervore, e così pure Bruce e Barry, che hanno sei anni e sono gemelli. Prima di me ci sono Anne, che ha tredici anni, e Mary, che ne ha quindici, ed entrambe si stanno lasciando l’infanzia alle spalle a grandi passi. Mia madre ci ha detto che a diciassette anni era già sposata, e quindi aveva due anni più di Mary. Anche questo è strano, e forse l'infanzia è più breve per alcuni che per altri. Talvolta, alla sera, ci penso dopo aver ultimato le faccende di casa e aver sparecchiato la tavola, mentre i nostri genitori credono che stiamo facendo i compiti. Lancio un'occhiata a mia madre, sempre lì a sferruzzare o a rammendare, e a mio padre,il più delle volte seduto accanto alla stufa a tossicchiare con il fazzoletto sulla bocca. Da più di due anni «non sta bene» e fatica a respirare ogni volta che cammina un po' più in fretta del solito. Lui è quello che mostra più comprensione nei confronti del prolungamento delle mie speranze e dice che
nella vita dobbiamo aggrapparci, alle cose buone il più possibile.
Mentre lo guardo con la coda dell'occhio
non mi sembra che a lui ne siano rimaste molte.
Ha quarantadue anni ed è già vecchio, pensiamo.
Tuttavia Natale, malgrado i dubbi derivanti dall'età, è un periodo bellissimo, splendido, e ora che abbiamo superato la metà di dicembre, le nostre aspettative sono accresciute dal freddo sempre più pungente che è calato su di noi. L'oceano è piatto e calmo e, lungo la costa, nelle insenature più profonde, si è trasformato in una fanghiglia gelata. Il torrente davanti a casa nostra è quasi completamente ghiacciato e solo al centro scorre ancora un piccolo canale di acqua. Quando portiamo le mucche ad abbeverarsi, con l'accetta dobbiamo scavare delle buche lungo il bordo del torrente affinché possano bere senza doversi avventurare sul ghiaccio.
Le pecore entrano ed escono inquiete dall'ovile battendo le zampe per terra o stringendosi le une alle altre a piccoli gruppi.
Una cospirazione di lana contro il freddo. Le galline sono appollaiate in alto sui trespoli con le penne tutte gonfie, e sembra che non vedano la necessità di scendere fin giù per qualche misero chicco di grano. Il maiale, che tra poco verrà macellato, protesta rumorosamente per il freddo sgradevole e con il muso lancia in alto nell'aria gelata il trogolo di legno.
Lo splendido puledro percuote con gli zoccoli le assi della stalla
e rosicchia il legno della mangiatoia.
Intorno alla porta della cucina abbiamo costruito una barricata
di rami di abete rosso e abbiamo rinforzato il terrapieno della casa con altri rami e fasci di alga marina. Eppure al mattino il secchio d'acqua che lasciamo sotto il portico è completamente ghiacciato
e dobbiamo spezzarlo a colpi di martello.
Il bucato steso da mia madre gela quasi all'istante, e ondeggia appeso alle mollette scricchiolando come i pezzi di un robot smontato: i calzoni dalle gambe rigide e stridenti, le camicie e
i maglioni con le braccia tese in fuori. Al mattino scendiamo
di corsa dalle nostre camere da letto al primo piano,
gelide come ghiacciaie, per finire di vestirci
intorno alla stufa della cucina.
Vorremmo estendere le propaggini del freddo a un mezzo continente di distanza, fino ai Grandi Laghi dell'Ontario affinché acceleri l'arrivo di Neil, il nostro fratello maggiore.
Ha diciannove anni e lavora sul lago, sulle lunghe chiatte cariche
di grano e minerale di ferro la cui stagione si conclude
dopo il 10 dicembre, a seconda delle condizioni del ghiaccio.
Vorremmo che facesse freddo, molto freddo
sui Grandi Laghi dell’Ontario,
in modo che Neil possa tornare a casa il più presto possibile.
Sono già arrivati i suoi scatoloni. Vengono da posti diversi : Cobourg, Toronto, St. Catharines, Welland, Windsor, Sault Ste. Marie. Posti in cui noi, a eccezione di nostro padre, non siamo mai stati. Li localizziamo entusiasti sulla cartina tracciandone i contorni con dita impazienti.
Gli scatoloni portano la scritta della Canada Steamship Lines,
la compagnia di navigazione, e sono legati con una corda piena di nodi intricati come li fanno i marinai.
Mia madre dice che contengono i suoi «vestiti»
e non abbiamo il permesso di aprirli.
Per noi è impossibile sapere quando o come arriverà.
Se i laghi si ghiacciano presto, arriverà in treno
perché costa di meno.
Se i laghi rimangono navigabili fino al 20 dicembre,
dovrà prendere l'aereo
perché il suo tempo sarà più prezioso dei soldi.
Gli ultimi cento o centocinquanta chilometri dalla stazione
o dall’aeroporto dovrà farli in autostop.
In quanto a noi, non possiamo fare altro che ascoltare la radio
con le orecchie ben tese per sapere come si evolve la situazione dei ghiacci. Il suo arrivo sembra dipendere da troppi fattori sui quali non abbiamo nessun controllo.
I giorni trascorrono in febbrile lentezza
« Mio Dio ti ringrazio .»
Mio padre si alza malfermo sulle gambe per guardare dalla finestra.
Il loro figliolo tanto atteso e il nostro amatissimo fratello maggiore è finalmente arrivato. Eccolo qua con la sua barba e i suoi capelli rossicci e il suo riso cordiale, forte e fiducioso come sempre...
(continua)
**da "Il Dono di Sangue del Sale Perduto" di Alistair Mac Leod
(trad.Franca Cavagnoli)
anni fa regalai questo libro a mio figlio Fù...me lo prestò e lo lessi anch'io...
mi piaque totalmente per tutte le motivazioni descritte nel link qui sopra...
in più, questo racconto lo trovai universalmente rappresentativo
delle atmosfere, delle trepidazioni, dei sentimenti, dei ricordi... di Natale.
(se penso a come anch'io ho voluto illudermi che la Befana esistesse davvero!)