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Esther era scesa, si era avvicinata, cercava di capire. Le donne e si voltavano dall'altra parte, alcune le gridavano parole offensive nella loro lingua. All'improvviso, una ragazza molto giovane si staccò dal gruppo. Avanzò verso Esther. Il suo viso pallido e stanco, il vestito pieno di polvere, e portava un gran fazzoletto sui capelli. Esther vide che
le cinghie dei suoi sandali erano rotte. La ragazza le si avvicinò sin quasi a toccarla. Nei suoi occhi scintillava una strana luce, ma non parlava, non chiedeva niente. Per un lungo momento restò immobile con la mano appoggiata sul braccio di Esther come stesse per dire qualcosa.
Poi tirò fuori dalla tasca del suo vestito un quaderno nuovo,
dalla copertina di cartone nero; sulla prima pagina, in alto a destra, scrisse il suo nome a lettere maiuscole: NEJMA.
Tese il quaderno e la matita a Esther perché anche lei scrivesse
il proprio. Si fermò ancora un attimo, il quaderno nero stretto al petto, come fosse la cosa più importante del mondo. Infine, senza dire
una parola, ritornò verso il gruppo dei profughi che si stava allontanando. Esther fece un passo verso di lei per chiamarla,
per trattenerla, ma era troppo tardi. Dovette risalire sul camion.
Il convoglio si rimise in marcia in mezzo alla nuvola di polvere.
Ma Esther non riusciva a cancellare dalla mente il volto di Nejma,
il suo sguardo, la mano di lei posata sul suo braccio, la lentezza solenne dei suoi gesti mentre le porgeva il quaderno su cui aveva scritto il proprio nome.
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Ho scritto anche per lei, per la ragazza che ha segnato il suo nome
in alto nel quaderno, sulla strada della sorgente di Latrun, Esther Grève, nella speranza che lo legga, un domani, e che venga da me.
Mi è venuta incontro, quel giorno, e io ho letto sul suo viso il mio destino. Per un breve istante siamo state unite come se avessimo dovuto incontrarci da sempre. Quando avrò finito di scrivere questi quaderni, li darò a un soldato delle Nazioni Unite perché glieli consegni, là dove lei sarà.
Per questo trovo la forza di scrivere, malgrado la solitudine e la follia che mi circondano.
Esther e la madre trovano rifugio in Piemonte, dove vivono sotto falso nome. Terminato il conflitto decidono di recarsi in Israele, da poco proclamato stato indipendente. Nel corso del viaggio su un'imbarcazione sovraffollata, scossa dalla tempesta, presa di mira dalla marina inglese, Esther conosce la forza della preghiera e della religione. Ma la Terra promessa non sarà portatrice di pace. Durante un trasferimento, Esther, in un incontro fugace e bruciante come un sogno, si imbatte in Nejma, che insieme a una colonna di arabi sta lasciando il suo paese per andare a vivere in un campo profughi.
Esther e Nejma, l'ebrea e la palestinese, si sono scambiate solo uno sguardo e hanno scritto il proprio nome su un quaderno nero. Un'alleanza misteriosa viene così sigillata in mezzo alla polvere di una strada. Le due ragazze non si rivedranno più, condannata ciascuna all'esilio, ad amori distrutti, all'erranza delle stelle. Ma negli anni a venire, non smetteranno di pensare l'una all'altra.
da " Stella errante " di Jean-Marie G. Le Clézio( trad. Ela Assetta )ed.Il Saggiatore
* foto di ohad matalon