23 maggio 1992-23 maggio 2006
"...L'interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi costituisce una delle attività principali dell'uomo d'onore.
E di conseguenza del magistrato L'uomo d'onore deve parlare soltanto di quello che lo riguarda direttamente, solo quando gli viene rivolta una precisa domanda e solo se è in grado e ha diritto di rispondere.
Su tale principio si basano i rapporti interni alla mafia e i rapporti tra mafia e società civile. Magistrati e forze dell'ordine devono adeguarsi.
Nei miei rapporti con i mafiosi mi sono sempre mosso con estrema cautela, evitando false complicità e atteggiamenti autoritari o arroganti,, esprimendo il mio rispetto ed esigendo il loro.
È inutile andare a trovare un boss in carcere se non si hanno domande precise da porgli su indagini che riguardano la mafia, se non si è bene informati o se si pensa di poterlo trattare come un qualsiasi criminale comune.
Dopo le dichiarazioni di Calderone, un boss di Caltanissetta doveva essere nel 1988 interrogato da uno dei miei colleghi.
Questi si rivolse così al mafioso: «Sei tu il taldeitali? Allora raccontami di CosaNostra!». Il mafioso, che stava per sedersi, si rialzò in piedi e replicò: «Cosa Nostra? Cosa Nostra vuol dire cosa mia, cosa sua, cosa dell'avvocato. Bene, la cosa mia ve la regalo».
Sedutosi, si chiuse in un silenzio impenetrabile.
I membri di Cosa Nostra esigono di essere rispettati. E rispettano solo chi manifesta nei loro confronti un minimo di riguardo.
Uno dei miei colleghi romani, nel 1980, va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e lo provoca: «Signor Coppola, che cosa è la mafia?». Il vecchio, che non è nato ieri, ci pensa su e poi ribatte: «Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell'appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia...».
Un'altra cosa non è generalmente compresa, e cioè che l'appellativo «Signore» usato da un mafioso non ha nulla a che vedere con il Monsieur francese, il Sir britannico o il Mister americano. Significa semplicemente che l'interlocutore non ha diritto ad alcun titolo, altrimenti verrebbe chiamato «Zio» o «Don», se è un personaggio importante nell'organizzazione, oppure «Dottore», «Commendatore», «Ingegnere» e così via.
Durante il primo maxiprocesso di Palermo nel 1986,
il pentito Salvatore Contorno, per esprimere il suo assoluto disprezzo nei confronti di Michele Greco, considerato capo della mafia
ma che ai suoi occhi non era nessuno, si esprimeva in questi termini:
«Il signor Michele Greco...».
Ricordo che una volta
- ero andato in Germania a interrogare un capo mafioso -
mi accadde di essere apostrofato. «Signor Falcone...».
Allora toccò a me offendermi. Mi alzai e ribattei:
«No, un momento, lei è il signor taldeitali, io sono il giudice Falcone».
Il mio messaggio raggiunse il bersaglio e il boss mi porse le sue scuse. Sapeva fin troppo bene perché rifiutavo il titolo di signore, che, in quanto non riconosceva il mio ruolo, mi riduceva a uno zero.
Tutto questo per dire che il nostro lavoro di magistrati consiste anche nel padroneggiare una griglia interpretativa dei segni.
Per un palermitano come me, rientra nell'ordine naturale delle cose.
Tutto è messaggio, tutto è carico di significato nel mondo di Cosa Nostra, non esistono particolari trascurabili.
È un esercizio affascinante che esige tuttavia una attenzione sempre vigile.
Tommaso Buscetta' è un modello in questo campo e ho l'impressione che i nostri rapporti siano sempre stati in codice.
Quando venne a Roma nel luglio 1984, mi recai a interrogarlo accompagnato da Vincenzo Pajno, procuratore della Repubblica di Palermo, personaggio molto più importante di me: era un segnale di considerazione che volevo trasmettere a Buscetta e lui l'ha apprezzato. Parliamo del più e del meno e a un certo punto lui dice:
«Non ho più sigarette». Gli offro il mio pacchetto: «Lo tenga pure, signor Buscetta, arrivederci a domani».
Il giorno seguente il pentito ha tenuto a precisare:
"Ho accettato. Ma una stecca o anche qualche pacchetto intero non li avrei accettati perché avrebbero significato che lei intendeva umiliarmi».
Si può scorgere qualcosa di patologico' in questo scambio di cerimonie, in questo attaccamento ai dettagli. Ma chi vive a contatto con il pericolo ha bisogno di comprendere il significato degli indizi apparentemente più irrilevanti, di interpretarli mediante un'opera costante di decodificazione. E questo vale 'per chiunque, poliziotto, magistrato, criminale".
da "Cose di Cosa Nostra" Giovanni Falcone
in collaborazione con Marcelle Padovani Rizzoli, Milano 1991