
"la palude" di Livio Ceschin
La palude
Si andava in quattro
o cinque
in fila indiana
l'estate
coi ginocchi già sbucciati
La strada a un certo punto
a
c
b i f o r
v
a
non mi ricordo
a che parte andammo.
Davanti i temerari
dietro gli altri
le scarpe da ginnastica
le biglie
Qualcuno ritornava indietro prima
e sui ginocchi già le cicatrici.
D'un tratto quel sentiero restringeva
fino ad un ponticello malridotto;
oltre, frasche più fitte
un'ombra
un fosso
il piede cigolava al primo passo
la paura
in quel batticuore
da non dire
da dimenticare
sotto la maglietta.
Una palude bianca
in una calma
senza vento
o forse gialla, grigia
mutevole a guardarla
come il tempo.
Nessun marziano vi era
o mostro
o tigre del Bengala
nè l'uomo nero
( viveva sotto al sottoscala ).
Eppure si muoveva
come polenta
di unica laguna
" Non ci andare
che se ci cadi dentro..."
pareva di sentirsi richiamare
da
giù
nel fondo
da una testa bruna.
I giochi più incoscienti
a pelo d'acqua
qualcuno già ostentava sigarette
tra tremolanti denti
e latta e muschio
e dio e demonio
in bilico
nel limbo dei litigi.
Hai pianto
non so quanto
che le lentiggini
sembravano più scure
della palude stessa
della nube
Sul capo minacciava un temporale
Angera era alle spalle
un minareto
la valle cieca del segreto
principe delle genziane.
Ne ritornammo
forse
che il naso s'era fatto freddo
alle sei le prime gocce addosso
che le sberle comunque
le avremmo prese lo stesso
Tanto valeva
bagnarsi
fino al midollo
del segreto
nelle tasche figurine
e una lumaca scura
grossa così
per far paura
alle bambine.
Fabio Scatto da "Il bosco di Valate" ed.del Leone 1991
dedicato a Triana